Volevo solo ballare: il romanzo di Giuditta Di Cristinzi che riunisce due generazioni

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«In genere la mamma percepisce ogni suo stato d’animo, lo considera mutevole, non comprende che è solo diverso da lei ed estremamente sensibile. Non capisce che dietro ogni cambiamento d’umore c’è sempre qualcosa, forse impercettibile per gli altri, che è entrata in rotta di collisione con il suo nucleo e le sue aspettative, cambiando il suo umore completamente e mutandone la prospettiva»
Con Volevo solo Ballare, l’ ultima opera di Giuditta Di Cristinzi per Robin&Sons Edizioni, facciamo la conoscenza di due donne: Gaetanina e Vanna, madre e figlia. Entrambe indipendenti, caparbie, curiose e intraprendenti, eppure profondamente diverse. Condividono il 50% del patrimonio genetico, ma gestiscono la vita in maniera diametralmente opposta.
 copertina Giudy
Nell’animo di Vanna c’è qualcosa che la pungola. È come una bestiolina rannicchiata sotto le costole, dietro lo sterno, pronta a scalpitare per reclamare il diritto di esistere. È lì che nasce la crepa, la differenza insanabile tra madre e figlia. Due donne legate dal sangue e separate dalla storia.
All’apparenza Vanna è una donna realizzata: un lavoro da insegnante al liceo conquistato con fatica, un matrimonio con un uomo solido e dalla brillante carriera nell’esercito, un’amica fidata e una famiglia d’origine tradizionale. Ma è proprio da quello stampo tradizionale, ormai opprimente, che Vanna vuole liberarsi.
Sua madre Gaetanina aveva osato sfidare quella mentalità arcaica negli anni ’50, rivendicando il diritto al lavoro. Conquistato il ruolo di maestra in un’altra città, pagando il prezzo della furia paterna che la voleva sposa e massaia relegata ai campi, Gaetanina apre la strada all’emancipazione femminile. Paradossalmente, però, ricade negli stessi stereotipi quando si tratta di educare la figlia minore.
Vanna si sente castrata, impedita nel vivere la sua gioventù con la leggerezza che le spetta. Le regole, gli orari, il moralismo, il senso di colpa e concetti come il peccato le si incrostano addosso impedendole di vivere con spontaneità anche il primo amore.
Lei che desiderava solo un po’ di spensieratezza, senza fare del male a nessuno.
«Volevo solo ballare»… si ritroverà a pensare così, mentre gli anni passano tra indecisioni e piccole ossessioni.
Vanna recalcitra, vuole riappropriarsi di quanto le sarebbe spettato, perché la sua vita le sta stretta. Il suo matrimonio è un continuo adattarsi ai bisogni di suo marito: un uomo distante, freddo, incapace di scivolare in quella intima comunione che lei desidera. E lei desidera anche un figlio. Lui di meno. Lui glissa, fugge.
Mentre si interroga sul senso della maternità, Vanna ritrova sua madre in un diario scritto da Gaetanina stessa: un luogo ideale dove confrontarsi con la famiglia intera, esplorando le radici e le dinamiche che si ripetono di generazione in generazione, di donna in donna. È un viaggio metaforico che culmina in uno reale, improvviso quanto necessario. Sarà Parigi a sconquassare una volta per tutte la frustrante routine di Vanna. E sarà il destino, più forte di qualsiasi volontà, a ribaltare il circolo vizioso di un meccanismo mentale potente e ingannevole di cui Vanna è sempre stata prigioniera.
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Volevo solo ballare è un romanzo breve, ma leggero e intelligente. Profondo il giusto per raccontare le vicissitudini di più generazioni che si intrecciano con sagacia, in una scrittura estrosa e al tempo stesso limpida.
Giuditta Di Cristinzi entra nella psiche e soprattutto nel cuore dei suoi protagonisti. Delinea storie e personalità con una narrazione convincente che cattura nella trama. Fresca al punto da sembrare un racconto televisivo, spinge il lettore a interrogarsi frequentemente sul proprio modus vivendi.
Siamo davvero liberi e padroni delle nostre scelte? Oppure l’invisibile linea di un genogramma ci ha condotti esattamente dove siamo? Quante donne, nella nostra famiglia, hanno sacrificato se stesse per permetterci di dare o di essere il nostro meglio? Nel nostro agire quotidiano, a chi rispondiamo davvero?
E se la costante insoddisfazione non fosse una malattia immaginaria, ma un campanello d’allarme? Quando non siamo fedeli a noi stessi, qualcosa nel nostro sistema di navigazione interno vacilla. Il respiro si fa corto e diventa ansia che pretende di essere ascoltata.
Non siamo perfetti e non abbiamo bisogno di esserlo. Anche quando ci viene imposto. Anche quando gli altri se lo aspettano.
L’autrice, attraverso Vanna, parla a tutti noi. Non ha la pretesa di insegnare, ma intrattiene con brio e ci regala una storia di affetti veri.
C’è leggiadria e garbo in questo romanzo, che affronta temi di spessore con un lessico che arricchisce il lettore senza appesantirlo.
È un’ulteriore prova della bravura della Di Cristinzi. La conoscevamo già come poetessa e giallista. Qui, in veste di romanziera, la scopriamo anche come fine osservatrice della complessa natura umana.
Giorgia Sbuelz

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