Domenica scorsa 20 luglio, Rai Movie ha trasmesso “Allacciate le cinture” e la redazione di Daedalusopera si è radunata come in un piccolo cineforum intimo, pronta a riaprire la porta ad uno dei viaggi più turbolenti e fragili della cinematografia di Ferzan Ozpetek.
Nonostante siano passati più di dieci anni dalla sua uscita, “Allacciate le cinture” ci investe con la stessa forza centrifuga del primo impatto. Come se l’emozione non si fosse mai interiorizzata. Come se quella cintura, da stringere forte, parlasse oggi ancor più chiaro di ieri.
“Allacciate le cinture”: non per sicurezza, ma per resistenza.
L’incipit, sfrontato, sensuale, quasi grottesco, è un falso indizio. Ozpetek ci illude di star assistendo a un gioco leggero, ma il suo è un disinnesco strategico: ci fa abbassare le difese, ci mette comodi… e poi accelera. Lo schianto arriva puntuale, e non è solo nella trama.
Per noi in redazione, la reazione è silenziosa. Nessuno commenta quando Elena (una Kasia Smutniak disarmante) riceve la diagnosi. Eppure, in quel momento, tra taccuini e bicchieri vuoti, è come se tutti fossimo stati chiamati in causa.
“Allacciate le cinture” smette di essere un titolo: diventa un ammonimento. Un avviso di collisione sentimentale.
Uno schianto imminente tra i desideri e le derive dell’esistenza.
Nel rivedere la parabola di Antonio (Francesco Arca), la regia appare più matura. Il personaggio, inizialmente liquidato anni fa come il “maschio tossico redento”, si rivela ora con mille crepe più interessanti. Quando Elena si ammala, la regia non insiste sul dramma in senso tradizionale. Ozpetek non cerca l’emotività immediata: mostra l’inerzia, la goffaggine, il panico sottopelle. E qui Antonio, che aveva sempre vissuto di muscoli, rabbia e conquista, si ritrova vulnerabile. Immobilizzato.
È come se si fosse ribaltato tutto: lei si ammala, ma è lui a non guarire più e qualche volta nella vita accade proprio questo, quando una persona a te cara si ammala di cancro, la tua anima si perde.
E in effetti è proprio lì, in quel momento, che il titolo esplode nel suo senso più profondo: non ti allacci le cinture per proteggerti dalla morte, ma per resistere alla vita quando cambia traiettoria.
Rivedere Allacciate le cinture oggi è un test emotivo. Dieci anni non lo hanno reso più datato, semmai più lucido. La fotografia calda, i dialoghi tagliati col bisturi, la coralità spezzata dalle solitudini. Ma soprattutto, il modo in cui Ferzan Ozpetek ancora una volta racconta la casa emotiva che ci crolla dentro, costringendoci a vivere tra le sue macerie.
Questo è il primo passo nel nostro viaggio verso Diamanti, altro film del regista. Ma già ora, con Allacciate le cinture, abbiamo capito che non sarà un percorso in linea retta.
Ogni film sarà un giro sulle montagne russe interiori di Ozpetek, e ogni volta dovremo allacciare quelle cinture più strette.
Perché l’amore, la malattia, il tradimento, il ritorno… sono sempre dietro la curva. E noi, come Elena e Antonio, possiamo solo tenerci forte.
Serena Stella Petrone




