Rosalía non torna: si trasfigura.
Con LUX, il nuovo album uscito il 7 novembre 2025, la popstar catalana sposta di nuovo i confini del pop contemporaneo, attraversando la linea che separa musica, arte e rito.
Dopo Motomami, che aveva frantumato i generi con la forza del corpo e della voce, LUX si apre invece al respiro dell’orchestra, al misticismo, alla luce.
È un disco monumentale, registrato con la London Symphony Orchestra diretta da Daníel Bjarnason, dove elettronica e sinfonia si sfiorano come due estremi di una stessa vibrazione.
Il primo singolo, Berghain, è la chiave d’accesso a questo universo.
Il titolo evoca il leggendario club berlinese, ma Rosalía lo trasforma in una metafora del cambiamento: un tempio laico in cui la notte diventa rito e la danza diventa purificazione.
Il brano si apre con un’invocazione in tedesco “Seine Angst ist meine Angst” (“La sua paura è la mia paura”) e si dilata poi in un intreccio di lingue, dal castigliano all’inglese fino al latino, mentre gli archi si fondono con le macchine elettroniche in un crescendo di luce.
Tra gli ospiti, spiccano Björk e Yves Tumor, presenze che amplificano la dimensione spirituale e radicale del pezzo.
Rosalía canta come una sacerdotessa del futuro: la voce non serve più a raccontare, ma a invocare.
Diretto da Nicolás Méndez per la casa catalana CANADA, Berghain diventa immagine e rito. Girato a Varsavia, il video mostra Rosalía immersa in un paesaggio quotidiano, autobus, appartamenti, lavanderie, seguita da un’orchestra vestita di nero che la accompagna ovunque.
Ogni gesto, dal bere un caffè allo stirare una camicia, si carica di un significato simbolico.
La musica invade lo spazio come una presenza sacra, invisibile ma costante. L’effetto è ipnotico: una sinfonia che esce dai teatri e si installa nella vita reale, portando la grandiosità del classico dentro la materia del presente.
Visivamente, il video lavora sulla tensione tra luce e ombra. Rosalía veste di bianco, attraversata da tagli di chiarore quasi divino, mentre l’orchestra incarna la parte oscura, l’inconscio che la segue silenzioso.
Ogni scena è costruita come un contrasto: la banalità contro la trascendenza, la carne contro lo spirito. Anche la moda diventa linguaggio: le sandalias intrecciate a rosari, i gioielli vintage, gli abiti che mescolano sacro e profano raccontano una devozione che non rinuncia al desiderio.
Berghain non è dunque un omaggio al club, ma un modo per rinegoziare l’idea stessa di spazio musicale. Qui la pista da ballo diventa un altare, il suono una preghiera collettiva. È la traduzione più fedele dell’intero progetto LUX: un disco che parla di trascendenza ma parte dal corpo, che cerca la purezza ma attraversa l’eccesso, che vuole essere contemporaneamente umano e divino.
Rosalía, tre anni dopo Motomami, non scrive più canzoni: costruisce esperienze. LUX è un viaggio tra tredici lingue, un mosaico di suoni e visioni che rifiuta l’immediatezza dell’hit per cercare qualcosa di più profondo. Non è un disco da consumare, ma da abitare, da attraversare lentamente, come una soglia.
È un’opera che pretende ascolto, concentrazione, silenzio intorno. Come ha scritto The Guardian, Rosalía «non offre più pop, ma epifanie sonore».
Nel suo Berghain ideale, visto attraverso la lente di Rosalía, l’orchestra entra nel club e il beat si fa orazione. È un luogo mentale, una cattedrale laica dove la notte si trasforma in rito e la danza diventa atto di purificazione. È lì che Rosalía compie la sua rivoluzione: far convivere il sacro e il sintetico, l’antico e il futuro, la carne e la luce.
In LUX, la musica non è più intrattenimento, ma un atto di trasformazione.
E Daedalusopera lo ha adorato.
Serena Stella Petrone






